A Montorio di certo il caldo estivo non è lo stesso di altri luoghi, ma il caldo a volte è altrettanto percepito, per quanto non fastidiosamente umido.
Un ambiente piacevolmente apprezzato anche come punto di ritrovo nelle calde giornate, è la villa comunale e la sua imponente fontana sempre zampillante.
Questo posto è capace di stimolare idee, conversazione e pura comunicazione, già solo per la sua struttura circolare: quasi impossibile non guardarsi anche di sfuggita, non salutare il vicino di panchina o chi si trova dall’altro lato della fontana e quel dolce scorrere dell’ acqua insieme alle grida festose dei bambini, sugli scivoli e le altalene, conferiscono a tale posto un sapore infantile, magico.


Spesso la vasca della fontana è stato oggetto ludico: prediletto soprattutto per immersioni improvvise.

Tra i bersagli di questi lanci, dal tono amichevolmente punitivo, troviamo i giudici nonché organizzatori, della caccia al tesoro e dei giochi popolari.
L’evento in questione ha raggiunto dieci edizioni ed è rinato proprio in villa, dalla volontà di un gruppetto di amici che volevano far rinascere questo evento, un tempo presente nel calendario dell ‘estate montoriese.
Un ricordo rinchiuso nella loro infanzia, quando i montoriesi, riuniti in squadre, partecipavano alla caccia al tesoro: strade pullulanti di allegria, di persone intente a correre dentro a sacchi di iuta, incitati a vincere dai compagni di squadra, cruciverba , rebus e indovinelli complicati, da sbrogliare per raggiungere la vittoria.
Da questo rimembrare, nasceva la prima edizione della caccia al tesoro e sia per la prima che per tutte le altre, questi amici avevano degli aiuti preziosi a disposizione, così da avere un tema mai scontato: dalle interviste ai nonni, alle lunghe chiacchierate con don Guido Vincelli, seduti nel suo studiolo sospeso nel tempo, che la Rowling avrebbe immediatamente usato per farci una saga di magia.

Da questi bei pomeriggi di ricerca, si ricavavano informazioni preziose sull’ antica vita quotidiana, pillole e aneddoti sulle vie, i personaggi illustri, i vecchi mestieri di Montorio. Da così tanto sapere usciva fuori quasi subito, un tema per la caccia.
Gli amici per lavorare, si riunivano in una casa vuota da anni e a volte non aprivano neanche le finestre per paura che qualcuno potesse ascoltarli, ma senza soffrire il caldo: perché era la casa dei nonni, fresca e per di più con degli invitanti capocolli appesi al soffitto a botte.


A questi amici, poi se ne aggiunse un altro: un giovincello di qualche generazione precedente, che però ha subito acquisito un ruolo alquanto importante, se non vitale per lo stesso evento.

Grazie a lui, erani pronti i giochi popolari, non solo quelli tradizionali ma anche quelli inventati di sana pianta o nati dalla visione di un film: come ad esempio la giostra medievale, fatta non di armi taglienti da dover oltrepassare ma di simpatici gavettoni.


Questi amici lavoravano fino a sera tardi, ma di certo non restavano a pancia vuota, si concedevano laute merende e pasti, molti anche della tradizione: come ad esempio le taccozze cu “ntrigl” (accettate questa volgare trascrizione dialettale).


Una volta terminato, si dava tutto il lavoro ai più tecnologici del gruppo che procedevano alla stampa della caccia al tesoro, sempre con grande minuzia e segretezza.


Quando iniziava ad avvicinarsi la data dell’ evento, i quattro amici raccoglievano le iscrizioni dei partecipanti, riuniti in squadre dai nomi evocativi.


Nel paese, si parlava molto di questo evento e nel gruppo di amici organizzatori, cresceva la preoccupazione che tutto andasse per il verso giusto.

L’ansia principale era nascondere il tesoro: bisognava essere furbi e per fortuna, il giovincello con più ciuffi di esperienza, insieme ad uno degli amici molto preciso nel valutare il nascondiglio, riuscivano sempre a farla franca.

Mentre loro nascondevano il tesoro, il resto del gruppo faceva da guardia.
Una volta, verso le quattro del mattino, attendendo con ansia e sguardo indagatore il ritorno alla base dei due prodi amici, il gruppo di vedetta incontrò , Giuseppe Fasciano, pronto per andare in campagna: “V’ Salut u’ picc!” disse, (perdonandomi sempre per la trascrizione blasfema), per salutarli. Gli amici, accogliendo la metafora sorniona, continuavano tuttavia a guardare in silenzio la fontana della villa, con la paura di caderci dentro, verso sera.

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