1. Premessa

     Per raggiungere il Comune di Montorio nei Frentani, il viaggiatore che veniva da Campobasso o dalla costa, sino a molti decenni fa doveva percorrere la Strada Statale 87. Giunto poi nell’agro di Larino, incontrava la deviazione che lo avrebbe condotto in paese. Dopo avere attraversato  un archetto, si trovava dinanzi una via che precipita in un’ampia valle in cui, sul fondo, svetta una collina: Montorio era lì; e poi, dopo avere superato il torrente Cigno, iniziava una salita tortuosa che tagliava campi coltivati e colorate macchie boschive dense di vegetazione. Questo tracciato stradale è stato da sempre una via di accesso panoramica e molto suggestiva, assai diversa dalle altre strade che sono state successivamente aperte e adibìte per un più veloce collegamento con altri Comuni della zona. Questo percorso, oramai tristemente obsoleto, è infatti un strada “storica”, che invece dovrebbe essere salvaguardata e ripristinata, in quanto è stata la prima strada ad essere stata organizzata, nel 1910, per il collegamento Montorio – Larino.

     Il lavoro di riorganizzazione e ristrutturazione di questo tracciato stradale, si deve a un ingegnere nativo di Arezzo: Vittorio Romanelli[1], che per motivi legati allo svolgimento della sua professione si era stabilito a Larino dove viveva. Infatti, tra i tanti lavori,  fu nominato “perito” dal Tribunale di Larino, per effettuare la stima di un terreno interessato ai lavori di completamento della strada provinciale Sannitica (la futura SS87), che si doveva prolungare sino a Montorio nei Frentani[2]. In un secondo momento fu poi incaricato di occuparsi anche dell’andamento dei lavori. Nella sua relazione sulla situazione di Montorio allegata al progetto, Romanelli mise in evidenza il problema dell’emigrazione, che aveva iniziato a infliggere duri colpi all’assetto demografico del territorio: “I terreni seminatori, in virtù dell’emigrazione, raggiungono prezzi favolosi, specie quando si tratta di piccole estensioni di terreno in prossimità dell’abitato. Sfortunatamente, anche Montorio dà un largo contributo all’emigrazione, per cui dato l’indole dei suoi abitanti, laboriosi e molto economici, ritornando con un gruzzolo di oro non trovano pace sinchè non l’investono in un campicello o nella costruzione di una casetta: questo e non altro, e cioè l’emigrazione, è attualmente il vero coefficiente dell’elevato prezzo con cui vengono contrattati i piccoli fondi, specialmente in prossimità del paese.”

     A questo personaggio si deve anche uno studio, un corposo scritto sulla società, l’econonomia, la cultura e le condizioni ambientali del Circondario di Larino. L’occasione fu data al Romanelli da un concorso cui partecipò. Si tratta della nota Inchiesta Parlamentare conosciuta come Inchiesta Agraria sulla Condizione della Popolazione Agricola, promossa nel 1877 dal Senatore Stefano Jacini. Il bando[3] era rivolto agli studiosi e ai volenterosi di tutto il territorio nazionale, e si richiedeva, tramite una sorta di prontuario-guida, di produrre Memorie, ossìa indagini conoscitive sulla situazione socio economica locale. I lavori migliori sarebbero stati pubblicati – così come poi venne fatto- e confluirono nei volumi dell’Inchiesta Agraria. Vittorio Romanelli decise di partecipare e nel 1879 inviò in Parlamento la sua: Memoria sull’Organismo Agrario del Circondario di Larino (provincia di Campobasso). Lo studio del Romanelli – così come quelli di altri autori-  non fu però pubblicato nell‘Inchiesta Agraria, perchè il lavoro fu considerato completo, ma esiguo. Il manoscritto originale è stato da me casualmente ritrovato nel 1974, presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma[4], mentre raccoglievo dati e altri materiali sull’Inchiesta parlamentare del 1909 per uno studio su Montorio e su altri Comuni del Molise[5].

   La “Memoria” del Romanelli, che precede di oltre trent’anni lo studio socio-psicologico del filosofo molisano Igino Petrone, ha in ogni caso un grande interesse storico e sociologico per via di una attenta osservazione della realtà locale. Relativamente alla situazione dell’epoca, è un lavoro di analisi che appare già come una sorta di “premessa”, per comprendere il futuro, gigantesco esodo migratorio regionale che investirà progressivamente e inesorabilmente anche tutta la zona del Circondario, Montorio nei Frentani in particolare.


  1. Vittorio Romanelli (Arezzo 25.7.1844 – Larino 15.3.1923) era un ingegnere e perito fiscale dell’Amministrazione finanziaria, arrivato a Larino insieme al fratello Federico, Comandante della locale Tenenza dei Regi Carabinieri. Romanelli, nel corso egli anni, acquistò a Larino dei terreni e una masseria e vi introdusse nuove colture. Come ingegnere lavorò per il Comune di Larino per la costruzione di varie strade, per la sistemazione del primo acquedotto urbano e della Fontana nuova e poi anche sulla sistemazione del  tracciato della strada comunale che dalla SS 87 conduce a Montorio nei Frentani.
  2. Stima di una zona di terreno vignato interessato nell’allargamento della Strada n° 7-3 da Larino a Montorio nei Frentani (Larino 9 settembre 1909), in Archivio di Stato di Campobasso, Fascicolo Prefettura I, busta 347, fasc. 2664.  L’emigrazione montoriese e del Circondario di Larino cui fa riferimento il Romanelli, e quella emigrazione che trasporta in Sud America migliaia di persone. L’Argentina è il luogo privilegiato in cui vanno a vivere i braccianti montoriesi e di tutto il circondario. Tra le città argentine di insediamento sono da segnalare Buenos Aires, Codova, Rosario Santa Fè. Nel 1985 sono stato in Argentina per motivi di studio e mi è personalmente capitato di incontrare in vari luoghi emigranti di origine molisana, provenienti da vari paesi della provincia di Campobasso.

2. L’ambiente

     L’inizio dello studio del Romanelli è una analisi del territorio e del clima; viene rilevata la fertilità del suolo, ma anche la presenza di zone paludose in zone verso Termoli e Campomarino, aggravate dalla mancanza di ponti e di dighe. Un ulteriore motivo, pare sia causato dall’eccessivo disboscamento, che ha distrutto centinaia di ettari per ottenere il legname con il quale costruire, per le ferrovie, le traverse che sostengono i binari. Il Circondario di Larino è composto da 34 Comuni, tra i quali spicca il meno popoloso, il Comune di Termoli con i suoi 3.294 abitanti, a fronte dei Comuni di Casacalenda (6.248), Larino (5.739), Guglionesi (5.286) e Ripabottoni (4.857). Nel Comune di  Montorio, la popolazione residente nel 1879 è di 2.498 abitanti. 

Romanelli

Il Circondario larinese, sottolinea il Romanelli, appare completamente privo di quei segnali che caratterizzano un certo tipo di positivo sviluppo socioeconomico; tra tali segnali inserisce l’assenza delle case coloniche, motivo per cui i braccianti sono costretti a tornare a casa la sera, con un grave disagio personale e con un danno anche per la coltivazione dei campi. E’ quasi del tutto sconosciuta l’irrigazione dei terreni, tranne in alcune zone vicino al Biferno, dove è stata fatta qualche tipo di irrigazione, quasi sempre regolarmente distrutta quando il fiume entra in piena. Viene quindi messo in risalto il sistema viario carente, fatto di poche strade mal tenute: “La principale strada che attraversa il Circondario è la Nazionale Sannitica (l’attuale SS 87 n.d.r.), l’unica costruita dal passato governo borbonico e tenuta dall’attuale in modo deplorevolissimo.”[6] Questo grave stato della viabilità locale, un problema purtroppo assai diffuso anche oggi, è spiegato dal Romanelli con il fatto che nel Circondario è assente qualsiasi mentalità cooperativa. Infatti sono assenti “consorzi” tra Comuni e privati e anche tra i diversi proprietari. Importanti vie di comunicazione sono invece considerati i tratturi nazionali adibiti al transito delle greggi, ma utili anche per la comunicazione tra podere e podere e tra podere e paese (tratturelli): “Queste comunicazioni di straordinaria larghezza (arrivano sino a 70 metri circa), oggi sono per la maggior parte ricoperte di spine e da altre piante. Queste lunghe strisce di terreno è perduto per l’agricoltura ed è oggetto di continue liti tra confinanti e i guardiani dei tratturi, poichè le proprietà non essendo limitate da siepi, gli animali vaganti generalmente sortano dai loro confini, entrano nei tratturi, e danno quindi luogo a contravvenzioni e perdita di tempo per i poveri cafoni”[7]. Pessime sono anche le condizioni dei boschi, tagliati senza alcun criterio e in maniera selvaggia, per ottenere legna da ardere  o per trasformarli in terreni coltivabili, soprattutto a grano. Rigogliosi sono invece gli oliveti, i mandorleti e la vite, mentre le piante da frutto (ciliege, pere e fichi) sono scadenti per mancanza di innesti. La circolazione del denaro è affidata all’esportazione di olio, grano e lana, mentre tutti gli altri prodotti fanno parte di una economia di autoconsumo. La povertà, diffusa in tutto il Circondario, è sottolineata dall’assenza di denaro circolante, per cui succede che a maggio, coloni affittuari e i proprietari sono costretti a vendere il grano in erba a prezzi irrisori, per poi poter pagare la falciatura e la trebbiatura.


  1. Il bando di concorso fu pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del Regno, n° 302, del 24 dicembre 1878.
  2. Archivio Centrale dello Stato, Giunta per la Inchiesta Agraria e sulla condizione della Classe Agricola – Inchiesta Jacini, busta 5, fasc. 45.
  3. La ricostruzione storico-sociologica di tutte queste vicende relative al Molise e a Montorio nei Frentani, si trovano raccolte in: Renato Cavallaro,  Archivi, lettere, storie – Studi su una regione del Meridione italiano, Guerini, Milano 2002.

3. Le classi sociali

    La struttura di classe della società locale, rispetta la medesima distribuzione di tutta società italiana centro-meridionale. Nel Circondario di Larino la stratificazione sociale opera rigidamente attraverso la seguente distribuzione: galantuomini, cafoni proprietari, cafoni affittuari e parzionali. I primi sono i proprietari dei fondi che lavorano solo una parte delle loro terre prendendo a giornata gli zampettari, operai che provenivano in genere dalle montagne del Matese. I galatuomini si avvalevano anche di altri tipi di operai: bifolchi, garzoni, massari, guardiani campestri, operai avventizi, tutte figure di lavoratori, dalle risorse economiche modestissime. Scrive il Romanelli a tal proposito: “…gente miserabile che riceve un salario spoporzionato alla loro fatica, e varia  a seconda delle esigenze della campagna, dimodochè se la stagione va regolare i proprietari se ne approfittano e gli danno meno che possono (…) pochi soldi, un pasto d’arte, con una pagnotta di mezzo ròtolo (450 grammi) o anche senza.”[8] Qualche piccolo privilegio lo hanno i bifolchi, obbligati quasi sempre a vivere in campagna per sorvegliare gli animali da lavoro e gli attrezzi. Questi ricevono un tòmolo di grano al mese, una caraffa di olio (900 grammi), un rotolo di sale (900 grammi) e anche un ròtolo di pane al giorno. I massari ricevono un salario di poco inferiore a quello dei bifolchi e secondo il Romanelli vivono in condizioni economiche migliori di quelle dei galantuomini, poichè lavorano la terra direttamente con meno spese di mano d’opera. Per quanto riguarda i cafoni affittuari, essi rappresentavano la classe più numerosa e tra di loro vi sono ulteriori classificazioni, secondo scale di “prestigio” legate al reddito e alle dimensioni della proprietà. Alcuni di questi lavorano la terra nel proprio Comune, mentre altri prendono in affitto terreni distanti anche 25 Km dal Comune di residenza. A Montorio, a Bonefro e a Casacalenda ve ne sono molti che affittano terreni a Rotello, Ururi, San Martino in Pensilis e nella Piana di Larino. Nel mese di ottobre, al tempo della semina, i coloni affittuari partivano dal paese con uno o due carri e trasportavano tutta la famiglia, qualche materasso e oggetti di cucina per recarsi nel luogo preso in affitto e risiedere sul posto, sino alla fine della seminagione.

     Il parzionale o parzionale minore (il colono), che si contrapponeva al parzionale maggiore (il galantuomo proprietario), rappresentava la categorìa più sfruttata e più povera di tutti i lavoratori del Circondario e costituiva il nucleo del proletariato agricolo subalterno. Ad esempio, i parzionali minori ottenevano dal proprietario anticipi in denaro o di generi alimentari da un anno all’altro. Ma a differenza dell’Italia centro-settentrionale, dove tale anticipo era gratuito, loro dovevano restituire quanto ottenuto con tassi tra il 25 e il 50% e talora anche di più. In conseguenza di ciò il parzionale minore, dopo avere lavorato un intero anno nutrendosi con un vitto estremamente povero, al momento del raccolto doveva restituire tutto o quasi di quello che aveva ricevuto l’anno precendente. Per questo motivo succedeva spesso che i parzionali minori, se era stata una annata cattiva, abbandonavano all’improvviso il fondo e non si facevano vedere più dal proprietario. Questa categoria di lavoratori era molto diffusa e rappresentava la classe maggiormente sfruttata dai proprietati terrieri. Ai parzionali minori spesso venivano affidati i terreni peggiori, ossìa quelli meno produttivi, insufficienti non solo a garantire la restituzione dei prestiti al proprietario, ma del tutto insufficienti per risolvere i più elementari bisogni della vita quotidiana.


  1. V. Romanelli, Memoria sull’Organismo Agrario del Circondario di Larino (Provincia di Campobasso) 1879, pag. 36.
  2. Idem, pag. 67.

4. Il tenore di vita

     Nel Circondario di Larino, l’arcaicità delle coltivazioni locali, causava di una produzione molto ridotta, che garantiva appena la sopravvivenza fisica delle classi sociali meno abbienti, le più numerose nella popolazione locale. L’alimentazione del contadino, nel periodo che va da novembre a marzo, era costituita da farina di granturco, cui si aggiungevano erbe e legumi conditi con olio. Quasi assente il vino dalla mensa e molto raro il consumo della carne (a Larino si macellava qualche vitello ogni 8/15 giorni) che poche persone potevano acquistare soltanto la domenica, giorno in cui si facevano i maccheroni di casa conditi con il lardo di maiale. Particolarmente diffuso è il consumo dei latticini e dei formaggi, tra i quali il più usato è quello fatto con il latte assoluto di pecora, oppure quello mescolato con il latte di capra. Nel ciclo alimentare ha grande importanza il ruolo del maiale, posseduto da quasi tutte le famiglie e allevato direttamente in strada o nei sottoscala. L’uccisione del maiale avveniva tra dicembre e gennaio e consentiva alle famiglie la sopravvivenza tra gennaio e marzo, periodo di totale mancanza di lavoro. Questo periodo era tristissimo, sottolineato da un vita quotidiana oziosa e senza occupazioni, durante il quale umili contadini o proprietari rimanevano chiusi in casa oppure girovagavano per il paese incontrandosi nelle cantine per bere e giocare a scopa. Nel periodo dei principali lavori campestri, i contadini consumavano sul fondo, a spese del proprietario, un pasto composto di solito da erbe e da pane. Qualche proprietario più “generoso”, dava come pasto fave secche cotte e condite con olio e sale e qualche bicchiere di vino andato a male. A volte veniva anche distribuita della carne di scarto, proveniente da animali vecchi o gravemente infortunati. Romanelli descrive anche l’abbigliamento del contadino, costituito durante l’inverno da un rozzo vestito di lana blu scuro, oppure da una massa di stracci, sovrapposti e cuciti uno sull’altro. Durante l’estate si adoperavano invece abiti di cotone nei paesi di pianura, mentre in quelli di montagna l ‘abbigliamento era sempre in tessuti di lana.

     Il ritorno della primavera era particolarmente atteso, sia per la ripresa del lavoro, ma soprattutto perchè si apriva il ciclo delle feste tradizionali, molto criticate dal Romanelli perchè sottraevano tempo e manodopera al lavoro dei campi. Sono quindi ricordate le vari corse dei buoi: quella di S. Martino in Pensilis, che egli definisce “una barbara usanza” e poi la sontuosa festa di S. Pardo a Larino in cui sfilano i carri addobbati  “…con  grande pompa relativa alla classe dei proprietari e dei cafoni”. Viene sottolineato che nei paesi in cui non sfilano i carri, vi sono più feste devozionali dedicate a vari santi e viene messo in risalto il ciclo festivo di Maggio, periodo in cui iniziano i “pellegrinaggi”. I luoghi di culto in cui si recano i contadini di Larino, Montorio, Santa Croce, San Martino, Rotello, etc…, sono San Nicola di Bari e San Michele a Monte Sant’Angelo in Puglia e il Santuario della Madonna dei Miracoli a Casalbordino, in Abruzzo. In queste occasioni “centinaia di uomini e donne  si veggono partire per quei santuari (…) impiegandovi tra l’andata, la permanenza e il ritorno, otto, dieci e perfino una quindicina di giorni. Quando queste fanatiche genti fan ritorno nei rispettivi paesi sono ordinate in lunghissime file, allegri, festeggianti come se ritornassero da una breve passeggiata, ma non è così; io ho incontrato questi pellegrini quattro o cinque chilometri distanti dai paesi, ed allora si scuoprono le piaghe, stanchi, morti, stravisati dal lungo viaggio vi fanno pietà”[9]. Nella famiglia contadina la donna lavorava nella casa e nel campo; ma in casa la sua occupazione era la conservazione dei prodotti alimentari e il disbrigo delle faccende domestiche. Ovviamente la donna aveva anche la cura dei bambini che allattava per un periodo lunghissimo, a volte sino a due, tre e anche quattro anni di età. Tra le attività agricole svolte quasi esclusivamente dalle donne vi era la sarchiatura del grano. Altri lavori che riguardano il lavoro femminile sono individuante dal Romanelli nella preparazione del “nero” per tingere i tessuti e nella successiva tintura degli stessi; il colore “nero” veniva ricavato, sin da tempi molto antichi, dalle “galle” di quercia, che si formano sulla pianta per via della puntura di alcuni insetti. I bambini, dopo qualche anno di scuola, erano utilizzati dai propri familiari; sino all’età di dodici anni si recavano in campagna a sorvegliare i maiali, mentre in inverno facevano i manovali. Quest’ultima attività, che li costringeva a portare spesso pesi assai rilevanti, arrecava un grave danno allo sviluppo fisico degli adolescenti.


  1. Idem, pag. 63.
  2. Idem, op.cit. p.77.

5. Osservazioni finali

     Questa relazione di Vittorio Romanelli, precede una serie di altri studi ricchi di osservazioni e di analisi che illustrano le condizioni sociali, culturali ed economiche del Molise in genere[10]. E  questi lavori fatti, a distanza di alcuni decenni da quello del Romanelli, non fanno altro che confermare sempre le permanenti condizioni di trascuratezza ambientale, di disagio e di sfruttamento della popolazione locale. Lo schema utilizzato  da Vittorio Romanelli per la sua analisi, è – come è stato detto- quello del modello di questionario predisposto dal Parlamento per lo svolgimento dell’Inchiesta Agraria. Il risultato è, tuttosommato, uno studio abbastanza dettagliato per quanto riguarda l’area territoriale presa in considerazione e francamente avrebbe potuto godere anche della pubblicazione. Ma la regione di riferimento era l’Abruzzo, a cui il Molise era geograficamente e amministrativamente collegato, formando con esso un’ unica struttura regionale e le relazioni abruzzesi erano indubbiamente molto più consistenti.

    Come si è visto, sono severe le critiche rivolte soprattutto alla classe politica locale, formata quasi totalmente da proprietari terrieri, molti dei quali trascorrevano il loro tempo nei locali Circoli dei Galantuomini, forme associative diffuse, a partire dal 1860,  in tutta l’Italia centro-meridionale. A Larino, ad esempio, esisteva sin dal 1864, la “Casina Frentana”, rimasta in vita per tutto il ‘900. In Circoli come questo si riunivano ed erano ammessi esclusivamente i “notabili” e veniva quindi sancita formalmente la distanza sociale tra la nobiltà terriera e la ricca borghesia, dalla classe dei contadini. Come in altre realtà regionali, la Casina Frentana, oltre ad essere un luogo di ritrovo (giuoco delle carte soprattutto) esclusivamente maschile, era un organo di “controllo” politico nella vita del paese. I soci di queste particolari forme associative assai diffuse, uniti sempre nel disprezzo per i contadini, si consideravano i depositari della “cultura”, quella retorica ed accademica delle aule scolastiche ed universitarie, retorica, citazionistica, verbosa, selettiva e ricca di ottusa presunzione, che andrà avanti per molti decenni successivi, per giungere sino ai giorni nostri[11].

     Di un certo interesse sono i suggerimenti che alla fine dello studio propone il Romanelli. Per migliorare le condizioni di vita, ritiene necessario la ristrutturazione della viabilità in tutto il Circondario creando appositi Consorzi. Ma oltre alla sistemazione delle strade, suggerisce interventi nell’agricoltura: la necessaria concimazione periodica dei terreni, l’estirpazione delle erbe nocive, l’innesto di alberi da frutta, la costruzione di canali di irrigazione, l’introduzione delle masserie. Tra i rimedi proposti per le “classi agricole” e per attutire i disagi da cui essa è travagliata, scrive che è necessario abituare i contadini a vivere in  campagna, così come avviene in Toscana, creando “poderi modello”. Purtroppo, per queste grandi opere che prevedono il miglioramento delle condizioni socioeconomiche nel territorio del Circondario di Larino, bisognerà attendere la fine del secondo dopoguerra, ossìa oltre 75 anni dopo… Ma apatia, immobilismo e disinteresse politico favoriranno l’esodo migratorio, che come è noto farà il suo corso inesorabile, favorendo la disgregazione sociale e culturale di tutto il territorio e di quella che poi diverrà la futura Regione[12].-


  1. Tra gli studi di carattere storico, psicologico e sociologico sono da ricordare: E. Presutti, Fra il Trigno e il Fortore – Inchiesta sulle condizioni economiche delle popolazioni del Circondario di Larino, Napoli 1907; I. Petrone, Il Sannio moderno – Economia e psicologia del Molise, in “Rassegna del Molise”, vol. I, Tocco, Napoli 1910; G. Zarrilli, Il Molise dal 1860 al 1900. Dagli albori del Risorgimento all’Italia unita, Casa Molisana del libro,  Campobasso, 1967; R. Cavallaro, Inediti dall’Inchiesta Parlamentare del 1909, in Archivi, lettere, storie, op. cit. pagg. 37-78.
  2. Questi temi sono stati trattati in R. Cavallaro, La sociologia dei gruppi primari – Formazione e dinamica dei raggruppamenti sociali di base, Liguori, Napoli 2003, 2^ edizione)
  3. Lo studio del Romanelli, cui fa riferimento questo saggio, è stato pubblicato con una doppia prefazione: la mia e quella del compianto amico, lo storico Renato Lalli: V. Romanelli, Memoria sull’Organismo Agrario del Circondario di Larino (Provincia di Campobasso) 1879, Cosmo Iannone Editore, Isernia 1986.

Di Renato Cavallaro

Università di Roma “La Sapienza”

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