Lucia Raimondo

Lucia Raimondo era nata il 15 giugno 1942, in una giornata che io ho sempre immaginato mite, con un bel sole e con quel leggere venticello che rende l’aria del bel paesello perfettissima.

Era l’ultima di cinque figli e i genitori l’avevano avuta in tarda età, la mamma aveva più di quarant’anni.

Ricordava sempre di essere nata sotto le bombe, nel pieno della seconda Guerra Mondiale.

Forse è per via di quegli anni così storicamente concitati che so poco della sua infanzia e della sua adolescenza, fatta eccezione per il fatto che andò a scuola fino alla quinta elementare, un vero e proprio “lusso” a quei tempi e che aveva una spiccata propensione per la matematica e la geografia. La maestra le diceva che avrebbe potuto (e dovuto) continuare le scuole, ma i tempi erano quelli che erano e bisognava lavorare in casa e in campagna.

Raccontava sempre di quando insieme a tante altre ragazze di Montorio aveva lavorato per “portare i pini a Gerione”, un’esperienza che l’aveva segnata e che ricordava ogni volta che ci lamentavamo di essere stanche. Diceva che noi giovani di oggi non siamo abituati al lavoro, alla fatica e al sacrificio. E credo che, in parte, avesse ragione.

Lei di sacrifici ne ha fatti sempre tanti, sin da giovane; come quando aveva cominciato a mettere da parte qualcosa per poter salpare oltreoceano e raggiungere il Canada, dove era emigrato suo fratello Nicola, il maggiore dei cinque.

Nonna Lucia e mamma Filomena, Montorio, 1969

Come spesso accade, però, i suoi piani erano stati rovinati dall’arrivo nella sua vita di un bel giovane beneventano di nome Nardino con il quale nel giro di un anno o due si sposò. Era l’11 marzo 1963. A causa di una brutta tragedia che aveva colpito la sua famiglia e la comunità tutta, fu costretta a sposarsi a Termoli e non a Montorio. Non conserviamo neppure una foto di quel giorno, ma fortunatamente un pomeriggio ci raccontò dettagliatamente tutto del suo matrimonio. Diceva sempre che, nonostante la giornata del matrimonio poco felice, era stata molto fortunata a sposare mio nonno, che, detto tra noi, era davvero un santo.

Nel giro di qualche anno misero su famiglia e nacque (zio) Nino. Ma la povera nonna Lucia non sembrava destinata a essere felice troppo a lungo; nello stesso anno perse la mamma, aveva solo ventitré anni. Fortunatamente, però, qualche anno dopo un’altra Filomena entrò nella sua vita, la sua seconda figlia, mia mamma.

Nonna Lucia e Camilla, Montorio, agosto 2021

Potrei stare qui ore a raccontare tutto ciò che so sulla loro vita familiare, sui loro anni settanta e ottanta, sul duro lavoro e su tutti i sacrifici fatti, ma preferisco fare direttamente un salto al 1994, anno in cui sono nata io e in cui la cinquantaduenne Lucia è diventata nonna per la prima volta.

Penso che tra i tanti ruoli della sua vita, essere nonna sia stato ciò che le si addiceva di più. È sempre stata premurosa e a modo suo dolce e affettuosa. Dopo la nascita di mio cugino Luca prima e mia sorella Camilla dopo, fare la nonna era diventata la sua occupazione principale.

Era inarrestabile in cucina, famosa per i suoi pranzi della domenica che, negli ultimi anni, per me e Camilla erano raddoppiati. Passavamo con lei la maggior parte del tempo libero: weekend, vacanze di Natale, vacanze estive… Averci in casa per lei era una festa, quante ne abbiamo combinate (in cucina e in casa), quante ne avremmo potute combinare ancora, soprattutto ora che aveva accolto in casa altri due nipoti acquisiti, Alessandro e Salvatore, da lei ribattezzato Salvetò.

Porterò sempre nel cuore le risate degli ultimi mesi insieme, porterò sempre in tavola le sue ricette, porterò sempre nello sguardo, anche i suoi occhi.

Nonna Lucia e Chiara,
Larino, giugno 2021

A casa mi hanno sempre detto che le somiglio, Camilla scherzando ci chiamava “le gemelle”. Negli anni, la somiglianza è stata confermata da più di qualcuno che diceva sempre a nonna “Signora, se l’avessi fatta tu, non sarebbe uscita così uguale”. Sarà per questo che mi sento come se ora fossi la metà di un intero. Sarà per questo che sono stata l’ultima a parlare, pur pensando di rivederla e abbracciarla il giorno seguente?

Non ho una risposta; ciò che so è che nonna Lucia non solo lascia un vuoto incolmabile nel mio cuore e nella nostra famiglia; lascia un vuoto immenso anche nella comunità di Montorio. Era un piccolo scrigno di perle, proverbi, racconti, ricette e tradizioni della comunità. Aveva un carattere a tratti particolare, a volte un po’ burbero, ma aveva un cuore enorme. Ne è la dimostrazione l’affetto da cui siamo circondate da quando non c’è più. Non c’è giorno in cui non ci sentiamo abbracciate dall’affetto di chi le ha voluto bene. Ed è questo che ci fa forza ogni volta che saliamo sul colle, ogni volta che ci fermiamo davanti al suo portone, ogni volta che la nominiamo e le lacrime ci riempiono gli occhi, ogni volta che pensiamo di poterla chiamare, ogni volta che avremmo bisogno di lei, ogni volta che vorremmo ancora per un po’ la nostra amata nonna Lucia.

Si dice che nessuno muore finché vive nel cuore di chi resta, spero che sia davvero così, perché in questo modo nonna Lucia sarà immortale!

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